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06 Ott 2017
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Mente e Cura n. 1-2/2012

www.irppiscuolapsicoterapia.it 

Riassunto: La rassegna parte da una sintesi sulle principali teorie psicodinamiche sul sogno e mette a confronto le posizioni di Freud e Jung. Viene evidenziata anche la recente posizione degli psicoterapeuti cognitivisti costruttivisti, i quali aprono alla possibilità di utilizzare il sogno nel lavoro di psicoterapia. Vengono toccati i punti critici delle teorie e confrontati con le attuali ricerche neurofisiologiche. Il modello integrato della psicoterapia risulta il più idoneo a riutilizzare il sogno in psicoterapia in chiave attuale, senza farlo diventare il connotato di un solo indirizzo o un argomento per svalutare un indirizzo diverso dal proprio. Le neuroscienze si rivelano ancora una volta all’avanguardia di questo rinnovato interesse sul sogno.

 

 Mente e Cura

Occorre partire da Freud per capire a che punto siamo arrivati nella concezione del sogno quale materiale utile nel lavoro terapeutico.

Non che prima di Freud il sogno fosse solo oggetto delle elucubrazioni dei divinatori o dei cultori delle cabale.

C’è tutta una pubblicistica ottocentesca, della quale fornisce una rassegna lo stesso Freud, impegnata nel ricercare e nello sperimentare su questo prodotto evanescente e di difficile conoscenza.

Il grande merito di Freud è innanzitutto di aver riportato il materiale onirico alla soggettività, cioè all’individuo, escludendo le implicazioni magiche, mistiche e demoniache che i secoli precedenti avevano inserito nel sogno.

Certo, il colpo di grazia sulla ricerca onirica lo dà, fin dalle sue origini, il cattolicesimo, avallando l’equazione, sogno-uguale-demonio, con quest’ultimo che mediante le fantasie erotiche tenta il comune mortale, sviandolo dalla spiritualità.

L’operazione cattolica vuole così derubricare come peccaminoso commercio con Satana secoli e secoli di attenzione per il mondo dei sogni.

Il cattolicesimo, in sostanza, preferisce impadronirsi delle coscienze, precludendo qualsiasi accesso al mondo inconscio, ritenuto come territorio del diavolo e quindi minaccia all’integrità della coscienza di ogni buon cristiano.

 

Il sogno in Freud
Nel suo tentativo di aprire l’accesso all’inconscio, individuando appunto una via regia nella ricerca sul sogno, certamente il giovane Freud che scrive L’interpretazione dei sogni, a cavallo di due secoli (1899), è un pioniere e un ricercatore di grande coraggio.

Ciò non significa, come vedremo, che un po’ dell’alone demoniaco legato al mondo onirico si sia perso del tutto nella visione freudiana.

L’aver stabilito e in un modo imperterrito ribadito, fino alla morte, che la motivazione principale del sogno sia sempre la pulsione sessuale, più o meno mascherata, lascia intravedere le scorie non del tutto eliminate del pensiero cattolico, nonostante l’appartenenza alla cultura ebraica.


A questo proposito, appare estremamente calzante e antesignana la lucida visione esposta ormai parecchi anni fa da Giordano Fossi:

 

[…]il punto fondamentale della proposta freudiana è quello che possiamo sintetizzare nel modello del binario sovrapposto, cioè il collocare nell’inconscio un’entità contrapposta a quella cosciente (dotata di idee, sentimenti, motivazioni), e dalla loro interazione far emergere il nostro comportamento. Questa è la spiegazione più semplice di ogni fenomeno, ed è quella che hanno dato nei secoli le religioni contrapponendo il bene al male, Dio al Diavolo. Essa è la più chiara espressione del dualismo corpo-mente, rinunciare al quale è come al solito ansiogeno, ma indispensabile se vogliamo uscire dalle pastoie delle pseudoscienze.[…] (Fossi, 1995, p. 71)

 

La difficoltà di considerare il sogno come attività mentale compatibile con l’organizzazione della personalità del soggetto e con le sue necessità espressive, spinge Freud ad attestarsi nel dualismo corpo-mente di cartesiana memoria, tentando di riconnettere i due ambiti mediante il concetto di pulsione.

Ne deriva l’impianto dinamico, non solo dei sogni, ma di tutta l’attività mentale.

Cioè, l’affermazione di un conflitto tra istanze pulsionali contenute nella profondità dell’inconscio e le necessità organizzative della coscienza, da cui deriverebbe il prodotto onirico, visto quale mediazione tra la censura che controlla la manifestazione del desiderio, anche nella versione virtuale del sogno, e la pulsione che tende a scaricare, almeno in chiave rappresentativa, o come ama dire Freud aumentando la confusione, in chiave allucinatoria.

C’è un nesso fondamentale, quindi, tra la teoria del sogno, secondo Freud, e la teoria strutturale, come si verrà a configurare nel corso degli anni successivi all’uscita del primo famosissimo libro sui sogni. Il modello del binario sovrapposto prevede che coscienza e inconscio siano sempre staccati e in antitesi.

Anzi, l’inconscio freudiano notoriamente deriva dalla rimozione e, ipoteticamente, non dovrebbe esistere se non ci fosse un’azione continua che lo costituisce e lo mette in contrapposizione con la coscienza.

Il sonno è per Freud il momento più adatto all’affiorare delle istanze pulsionali che cercano soddisfazione, nel momento in cui la coscienza è meno vigile. Il sogno è il prodotto di mediazione che, dal compromesso tra contenuti manifesti e contenuti latenti permette al soggetto di non svegliarsi, nonostante degli stimoli di natura sessuale gli si impongano in modo rilevante.

Il lavoro onirico procurerà di mascherare le fantasie inconsce e fare emergere il materiale sognato con la caratteristica cripticità e il persistente ermetismo.

L’interpretazione andrà alla ricerca dei contenuti latenti, rappresentati non solo da fantasie che nascono nell’inconscio ma anche da fantasticherie coscienti, ritenute inammissibili, e quindi divenute inconsce grazie alla rimozione.

Il lavoro interpretativo si riduce, per Freud, alla dimostrazione della presenza della fantasia inconscia per eccellenza, cioè di natura sessuale.

Proprio l’interpretazione, ottenuta con un ampio girovagare tra associazioni libere che nascono da tutte le scene del sogno, sarebbe il compito dell’analista, il quale mette l’analizzando di fronte ai suoi meccanismi di difesa rispetto alla pulsione e ai suoi addentellati. (fig. 1)

 

Sogno.1

 

Senza voler ripetere nozioni che ogni psicoterapeuta psicodinamico conosce bene, il fatto che il sogno costituisca sempre la realizzazione di un desiderio più o meno erotizzato, è stato uno dei cardini di un confronto dialettico che si è spinto fino ai nostri giorni.

Da più parti, la visione riduzionistica del sogno-uguale-appagamento del desiderio è stata contestata e, al momento, definitivamente superata.

E con questo importante caposaldo del pensiero freudiano, sono via via stati messi in discussione altri cardini come la necessità di spezzettare il sogno per seguire le singole associazioni, per poi farle convergere nella scontata interpretazione pulsionale; e l’idea che materiali inconsci immodificati dall’infanzia (modello dell’oggetto archeologico) condizionassero le fantasie inconsce in modo costante e ripetitivo, anche nella vita adulta.

Per non parlare dei pensieri inconsci, secondo Freud, alcuni riconducibili alle pulsioni, altri frutto di una rimozione che li toglie dalla coscienza perché inaccettabili, ma che non può certo modificarne la natura razionale e la matrice cosciente. (fig. 2-3)

 

[…]Potremmo sostenere che un sogno costituisce la realizzazione di un desiderio solo accettando il presupposto che qualunque nostro pensiero, anche il ritornare su una grave frustrazione, costituisca una forma di desiderio, il che sembra difficilmente sostenibile. In realtà Freud partì da una condizione neurologica che considerava assolutamente avverata e la trasferì sul piano mentale, dove gli appariva ugualmente scontata. Il modello del binario sovrapposto e quello dell’oggetto archeologico, cioè la contrapposizione conscio-inconscio, gli consentivano di attribuire a quest’ultimo le caratteristiche che più lo persuadevano[…] (Fossi, ivi, p. 73)

 

Anche i meccanismi del sogno (spostamento, condensazione, simbolizzazione) possono essere sottoposti a critica, in quanto inseriti in una visione energetica che sta lontano anni luce dalle conoscenze neuropsicologiche attuali.

In particolare, la storia che il simbolo sarebbe il rappresentante di una entità inconscia reificata e collocata nell’inconscio indistinto o come dice Freud: “…crogiuolo di eccitamenti ribollenti…” (1932), impedisce di comprendere come si svolge realmente il processo di simbolizzazione, ossia la capacità di dare un’immagine a ciò che non è rappresentabile, oppure di mentalizzare a partire da elementi emotivi per loro natura irrappresentabili. Cfr. Callieri, 2005).

 

Sogno.2

Sogno.3

 

Agli occhi nostri, anche la prospettiva finalistica espressa da Freud può sembrare patetica, nel senso che ancora oggi non si è del tutto convinti sulla funzione del sogno e le varie ipotesi neuroscientifiche sembrano convergere su alcune attività che risulterebbero necessarie per mantenere l’efficienza delle strutture cerebrali.


La prima ipotesi fa riferimento alle tesi di Michel Jouvet, il quale prende in considerazione il sonno REM e la componente onirica che lo riguarda, dando al sogno la funzione di “lubrificare” i circuiti cerebrali e mantenerne l’efficienza (Oliverio, 2011).

Una seconda ipotesi è sostenuta dal biologo Francis Crick, il quale attribuisce al sogno la funzione di “potatura delle sinapsi”, al fine di eliminare le esperienze irrilevanti e migliorare la funzionalità del cervello (ivi).

Un'altra ipotesi è quella del “circuito di default”, che comprende “[…]la corteccia prefrontale mediale, il giro del cingolo e l’ippocampo, aree che sono normalmente coinvolte nei processi di memorizzazione, in particolare nelle memorie autobiografiche[…]” (ivi).

Secondo quest’ultima ipotesi, quindi, i centri della memoria dichiarativa o esplicita verrebbero attivati al fine di elaborare meglio le acquisizioni diurne e consentirne un archiviazione funzionale e utile al soggetto.

 

[…]In questa prospettiva non necessariamente i sogni hanno un significato nascosto o sono il riflesso distorto di impulsi e desideri inconsci. Una funzione adattiva esplicata durante il sonno sarebbe quella di assemblare le recenti esperienze individuali con i problemi, le aspettative e gli obiettivi dell’individuo. La principale funzione del sogno potrebbe essere quella di stabilire nuove connessioni tra frammenti di memoria situati in varie aree cerebrali.[…]La possibilità che i mattoni fondamentali dei sogni siano frammenti di memoria, piuttosto che episodi ricorrenti, è in accordo con quanto si rileva dall’esame dei report onirici. Questi comprendono frammenti di episodi recenti, piuttosto che completi eventi autobiografici o interi episodi, che sono resi disponibili solo dopo il collegamento dei diversi frammenti corticali da parte dell’ippocampo.[…] (Zanasi, Amore, 2010, p. 69)

 

Tuttavia, insistere con una ricerca circa le funzioni del sogno potrebbe sfociare in tautologie e discorsi autoreferenziali, in quanto, pur testimoniando l’evoluzione biologica del cervello, il sogno rimane sganciato dalle necessità di adattamento legate alla selezione naturale.

Ai tempi di Freud, la totale oscurità sui processi cerebrali consentiva o forse richiedeva astrazioni indimostrabili che avevano il compito di rinforzare la giustificazione di un’ipotesi, tanto non potevano essere smentite dai fatti.

Al momento attuale, essendo le verifiche all’ordine del giorno, la cautela spinge ad aspettare che in questo campo si faccia più luce, ma certamente non impedisce di negare al sogno funzioni improprie come la capacità di profetizzare il futuro o quella di risolvere problemi.

Nel primo caso, al massimo si può parlare di capacità di prevedere, esattamente come per le previsioni coscienti; nell’altro caso, non si può riconoscere che la capacità di porre i problemi, magari inquadrandoli da un altro punto di vista, senza però indurre magiche soluzioni.

 

Il sogno in Jung
Il discorso appena fatto potrebbe introdurci nel grande versante della dissidenza freudiana, a partire da Carl Gustav Jung, il quale contesta Freud già nel 1911 con un discorso che cerca di arginare il riduzionismo pulsionale che fa del sogno un marchingegno ingannevole di cui diffidare sempre.

 

[…]La dichiarazione di intenti è quella di prendere il sogno per quello che è: si tratta di un evento naturale, e non c’è nessun motivo per ritenere che sia un espediente per ingannarci. In termini molto generali, il sogno viene considerato da Jung una porta aperta nei più segreti recessi dell’anima e su quella notte cosmica che era la psiche molto prima che ci fosse una coscienza dell’Io, e che rimarrà psiche per quanto possa estendersi la nostra coscienza dell’Io.[…] (Fossi, cit. p. 85)

 

Il modo di Jung di intendere il sogno scardina l’impianto teorico freudiano, a cominciare dal negare la distinzione tra contenuto manifesto e contenuto latente, e con essa il lambiccamento continuo per decifrare il risultato ingannevole del conflitto tra censura e pulsioni.

Come ci ricorda Paolo Aite (2011), già in Jung, prima ancora che in Bion, ci sono gli spunti perché il sogno venga equiparato al pensiero dell’individuo, un pensiero non concettuale ma narrativo e visionario. Il contributo critico di Jung attacca in profondità anche il simbolismo freudiano, proponendo un ampliamento dell’idea di simbolo che si estende nella cultura e nella tradizione.

 

[…]Per Jung il simbolo è un’espressione designante nel modo più perfetto possibile fatti sconosciuti, ma di cui è necessario supporre l’esistenza; l’immagine diventa un simbolo proprio perché si riferisce a qualcosa di sconosciuto che non potrebbe essere detto o descritto altrimenti. I simboli sono la manifestazione esteriore di un nucleo psichico sostanzialmente inafferrabile, sono archetipi manifesti, cioè consci, e variano a seconda delle condizioni individuali di vita; ciò non esclude che anche per la psicologia analitica alcuni simboli abbiano dei significati relativamente fissi.[…]La realizzazione di un desiderio sembra a Jung un contenitore troppo piccolo, e quindi egli scrive che, anche se è vero che ci sono sogni che personificano paure e desideri rimossi, molti sogni possono esprimere tante altre cose: verità ineluttabili, pronunciamenti filosofici, illusioni, piani, anticipazioni e anche visioni telepatiche. I sogni ci renderebbero più completi, attraverso immagini che ci dicono qualcosa su parti di noi stessi che stiamo ignorando, sopprimendo o semplicemente non usando.[…] (Fossi, cit. p. 85-86)

 

L’acuta critica junghiana, pur partendo dalla interessante affermazione che “il sogno è il sognatore” rischia di andarsi ad arenare a causa della ben nota concettualizzazione dell’inconscio collettivo e degli archetipi, inquadrati nella loro rocciosa indimostrabilità.

Se è vero che “per Freud il sogno nasconde qualcosa, per Jung lo rivela” (Fossi, cit.), è vero anche che avere esteso l’interpretazione all’inconscio collettivo e agli archetipi rischia il deragliamento verso un “modello oracolare” che potrebbe rimandare il sogno nel misticismo da cui l’attenzione di Freud l’ha tirato fuori.

Tuttavia, in termini metodologici, non possiamo che riconoscere come importanti sia la definizione della struttura del sogno, articolato nei quattro aspetti: esposizione del problema, sviluppo, culmine e soluzione; sia l’atteggiamento collaborativo del terapeuta, che invece di sospettare del paziente, lo aiuta a interpretare il sogno, amplificando le associazioni, per giungere a significati più profondi e sicuramente meno scontati di quelli garantiti dalla tecnica freudiana.

Questa aderenza alla comunicazione onirica si nota anche nell’indicazione junghiana a evitare che le associazioni libere si discostino eccessivamente dagli elementi del sogno, finendo per stemperare la specificità dei contenuti.

Altrettanto importante, il mantenimento della distinzione tra livello soggettivo del sogno, aperto alle tematiche individuali del sognatore, e livello oggettivo, nel quale il sognatore incontra la cultura e il contesto in cui vive. (fig. 4-5)

 

Sogno.4

Sogno.5

 

Il sogno nella psicoterapia cognitiva
Per esigenza di sintesi, sorvoliamo sulle altre dissidenze rispetto a Freud, riservandoci più avanti un punto della situazione sul modo di intendere il sogno nella psicoanalisi attuale.

Prima, però, soffermiamoci sul recente interesse che la psicoterapia cognitiva, sulla base delle novità in campo neuroscientifico, dimostra di avere nei riguardi del sogno, fino a poco tempo fa considerato materiale superfluo e quindi di esclusivo appannaggio della psicoanalisi.

 

[…]Negli ultimi decenni la psicoterapia cognitiva ha iniziato ad avvicinarsi con passione e attenzione al mondo dei sogni, precedentemente considerato una zona tabù, di retaggio psicodinamico, oppure semplicemente di scarso rilievo dal punto di vista clinico. Nei primi trent’anni del cognitivismo i sogni non hanno rivestito che un ruolo marginale (se non nullo), a livello sia teorico, sia clinico e sperimentale. Solo dagli anni Novanta in poi, anche grazie al crescente clima d’integrazione instauratosi nel campo della psicoterapia, alcuni terapeuti cognitivi, in particolare quelli al confine tra la psicoterapia cognitiva e altre tradizioni terapeutiche, hanno rinnovato il loro interesse per l’esperienza onirica.[…] (Bara, 2012, p. 44)

 

Proprio in virtù di questa recente compatibilità dei sogni nell’ambito cognitivista, è interessante fare un confronto tra le due correnti principali in esso rappresentate: razionalista e costruttivista. (fig. 6)


Tuttavia, nell’accogliere questo nuovo interesse e avvicinamento dei cognitivisti all’utilizzo del sogno in sede terapeutica, rinnoviamo l’invito all’autocritica a coloro che per anni si sono attestati nella posizione oltranzista di negare al sogno qualsiasi rilevanza.

 

[…]Avere privilegiato, contro tutti gli attacchi e i tentativi di detrazione, la ricerca sull'inconscio e sul materiale onirico è il grande merito della Psicoanalisi, oggi non più sola nel sostenere né l'oggetto di studio né la sua principale applicazione (la via régia).
È singolare che, con più di un secolo di ritardo, l'attenzione dei cultori dell'indirizzo cognitivo-comportamentale si sia ultimamente concentrata sull'inconscio e sul materiale onirico, senza però avvertire l'esigenza di un riconoscimento ampio ed evidente nei confronti del metodo psicoanalitico (Rezzonico e Liccione, 2004).
Pensiamo che l'uscita da una posizione riduzionista, come quella di indagare il sogno soltanto in termini neurofisiologici, sia una svolta importante ma dovrebbe portare alla costituzione di un campo culturale integrato tra indirizzi diversi, piuttosto che all'assimilazione nel proprio corpus teorico di un ambito sul quale esiste già un'esperienza clinica consolidata.[…] (Lago, 2006, p. 46)

 

Riempie di soddisfazione che da uno dei poli critici della psicoanalisi, ad essa contrapposto in tutto il secolo scorso, emerga un interesse di prim’ordine per il materiale onirico, non solo in termini di ricerca ma anche di applicazione clinica.

Finalmente, sarà possibile confrontarsi con colleghi, formatisi secondo indirizzi psicoterapeutici diversi, su un prodotto dell’attività mentale non meno importante delle produzioni verbali e concettuali.

Diventa così possibile confrontare l’applicazione clinica dei sogni, scoprendo affinità o discrepanze, allo stesso modo di tutte le altre applicazioni in psicoterapia.

Ciò rende effettiva l’integrazione tra i metodi ai fini dell’efficacia terapeutica, come prospetta l’indirizzo scientifico culturale dell’IRPPI, permettendo il superamento degli steccati culturali e la fine delle ideologie in un campo come quello della psicoterapia, nel quale sarebbero, come lo sono sempre state, un controsenso.

Con buona pace delle personalità carismatiche, che hanno sempre aizzato lo scontro tra indirizzi diversi, per difendere posizioni di prestigio personale e acquisire seguaci fedeli alle loro teorie piuttosto che persone libere di convergere su metodologie comuni, come l’interpretazione dei sogni (Eagle, 2012, p. 182).

E’ perciò che anche un protocollo costruttivista può essere utile a uno psicoterapeuta psicodinamico (fig. 7).


Aspetti di questo protocollo sono già stati accolti dalla prassi attuale della psicoanalisi, intendendo per tale l’orientamento prevalente nel post-freudismo moderno (Kernberg, 2011, p. 15).

 

Sogno.6

Sogno.7

 

Attualità sul sogno
Se vogliamo esporre il punto di vista attuale di quella che un tempo veniva definita psicoanalisi, dovremmo partire da quanto su questa rivista ci faceva notare Vittorio Lingiardi:

 

[…]Le psicoanalisi sono davvero tante, e non solo per quanto riguarda i modelli o i riferimenti, più o meno “intoccabili”, ai fondatori e numi tutelari di quei modelli. La pluralità è data anche dalle culture locali, dalle lingue e dalle geografie. E poi c’è il clinical common ground, il terreno comune della clinica, quello che ci fa scoprire, a volte, che analisti con modelli lontanissimi magari lavorano in modi abbastanza simili.[…] (Lingiardi, 2009, p. 25)

 

La psicoanalisi si è da tempo trasformata da chiesa del monolitismo teorico, basato sulla teoria freudiana, in pantheon aperto a tutti i punti di vista.

Ciò che ne ha risentito è l’uniformità e la coerenza del metodo, che oggi potrebbe riemergere dall’intelaiatura scientifica offerta dalle neuroscienze, a patto di chiudere però con il carisma e l’ipse dixit, tuttora presenti nell’impianto culturale di molti psicoanalisti.

Dei ben noti monolitismi, però, sembra che quello sull’interpretazione dei sogni sia il più adatto a lasciare il posto a una visione univoca che, come abbiamo dimostrato, include anche la posizione di altri indirizzi psicoterapeutici.

A questo proposito, ci sembra corretta l’analisi proposta da Paolo Migone qualche anno fa.

 

[…]E' ormai da alcuni decenni, all'incirca dagli anni 1960, che i sogni hanno perso quel posto centrale che avevano nella pratica clinica dello psicoanalista. Si è notato progressivamente uno spostamento di interesse dalla interpretazione dei sogni alla interpretazione del comportamento nella vita diurna, al materiale cioè più vicino all'Io e alla parte consapevole del paziente: sintomi, atti mancati, fantasie, modalità relazionali, ecc. Questo materiale infatti, grazie anche alla sempre maggiore esperienza ed attenzione degli psicoanalisti, è di per sé già molto ricco ed interessante per la comprensione del funzionamento conscio e inconscio del paziente, per niente inferiore al materiale rivelato da quella che Freud definì la "via regia" dell'inconscio, cioè i sogni.[…] (Migone, 2005, p. 250)

 

Il motivo dell’attenuazione dell’interesse e dell’uso del sogno in psicoanalisi viene attribuito alla supremazia della corrente della Psicologia dell’Io, sostenuta dagli eredi di Freud, in primis la figlia Anna, per almeno trenta-quarant’anni.

Non è un caso, che nello stesso periodo la corrente junghiana, basandosi sulle premesse del suo fondatore, continuava a privilegiare l’interpretazione dei sogni.

 

[…]Per gli psicologi dell'Io, il rischio che l'interpretazione dei sogni si trasformasse in una attività "oracolare" era alto, e sicuramente vi poteva essere una forte componente suggestiva (all'opposto quindi di quella che vorrebbe essere la psicoanalisi). E non a caso si assistette a una relativa scomparsa, o per lo meno a una grande diminuzione, dei libri e degli articoli sui sogni, e quei pochi contributi che uscivano non erano sul sogno in quanto tale, ma sull'uso clinico dei sogni (vedi ad esempio Bonime, 1962), sul loro significato nella relazione, sulla gestione di quest'aspetto dell'analisi rispetto ad altre variabili[…]Tutti questi sviluppi ovviamente si sono intrecciati con la progressiva crisi del concetto di interpretazione in psicoanalisi, e non solo della utilità della interpretazione in quanto tale (di cui gli psicologi dell'Io, e lo stesso Freud, erano ben consapevoli), ma anche del concetto di "verità" dell'interpretazione, criticata dagli ermeneuti a cominciare da Ricoeur (1965)
Quello che è interessante è che nei tempi recenti si è assistito a una rinascita dell'interesse verso i sogni, con produzione di articoli, libri, organizzazione di convegni e così via. Questa riscoperta del sogno da parte della psicoanalisi va spiegata, e con tutta probabilità è dovuta da una parte alle nuove acquisizioni delle neuroscienze, e dall'altra a un modo diverso di intendere la clinica psicoanalitica, che è abbastanza diversa da quella concepita dal fondatore della psicoanalisi e che a sua volta risente delle posizioni, sempre più diffuse, della Psicologia del Sé.[…] (Migone, ivi, p. 251)

 

Se volessimo parlare di una rivincita di Jung, avremmo diverse conferme nell’attuale modo di intendere il sogno nella psicoanalisi.

L’ingresso delle neuroscienze nella discussione ci offre comunque la possibilità di sottrarci alle vecchie diatribe del Novecento e aprirci ai dati, finalmente indiscutibili, che ci fanno prendere le distanze da ipotesi e teorie.

 

[…]Oggi invece molti analisti rivalutano l'aspetto manifesto dei sogni come immagini che hanno una validità in se stessa, che va rispettata ed eventualmente capita in altro modo. Non si crede più tanto in quella che alcuni hanno chiamato teoria del "doppio binario" (Fossi, 1991, 1994), cioè che vi siano due racconti paralleli, quello del sogno manifesto (mascherato, censurato, simbolizzato) e quello del sogno latente (il racconto "vero" che risulta dalla interpretazione o traduzione del primo). Le immagini manifeste del sogno possono invece non esprimere affatto qualcos'altro ma avere valore in se stesse, e rappresentare semplicemente un modo di elaborare le informazioni attivo durante il sonno, e anche una specifica modalità di funzionamento cerebrale. Durante il sonno i contenuti mentali vengono continuamente rielaborati, e questa è un'attività fisiologica che ha pari dignità, potremmo dire, di quella che avviene durante la veglia.[…] (Migone, ivi, p. 252-253)

 

Il punto di vista neuroscientifico, comprovato da evidenze, si è espresso principalmente nel dimostrare la presenza di un inconscio psicobiologico non assimilabile in alcun modo all’inconscio concettuale della psicoanalisi.

Quest’ultima aveva finito per reificare le concezioni metapsicologiche di Freud, Jung e via dicendo, fino a quando i dati effettivi non hanno disegnato la natura dei processi psicobiologici cerebrali in maniera da impedire quella che fino agli anni sessanta del Novecento era una gara teorica di congetture autoreferenziali.

Ne è derivata, a nostro avviso, una benvenuta cautela nel teorizzare e un freno al riduttivismo, sia in campo psicodinamico, sia in campo neurobiologico.

Riguardo ai sogni, si cerca così di rispettare il prodotto mentale che essi rappresentano e l’appartenenza ai modi espressivi individuali, come per ogni altra espressione umana, senza ipotizzare contorti meccanismi, contraddetti dalle ricerche sperimentali.

Il sogno è stato così restituito all’attività mentale e anche l’iniziale scontro tra teorie neuroscientifiche è andato a convergere in una spontanea integrazione, punto di arrivo che gli indirizzi psicologici non riescono ancora a trovare (Bara, cit., p. 160).

L’integrazione ha permesso la progressiva convergenza di teorie precedenti sulla genesi del sogno: teorie bottom-up, ossia dal basso verso l’alto, cioè dalle strutture cerebrali di livello inferiore di tipo emotivo reattivo a quelle superiori cognitive, come proponevano Hobson e McCarley (1977) o Seligman e Yellen (1987); e teorie top-down, dall’alto al basso, da strutture superiori che si esprimono con motivazioni cognitive a quelle inferiori emotive, a partire da Foulkes (1985) e Domhoff (2010), passando per Solms (2000) e Abe, Ogawa, Nittono e Hori (2008).

Un’atmosfera nuova si respira, quindi, intorno al sogno e ai suoi derivati nel campo clinico della psicoterapia.

 

[…]Sarebbe quindi sbagliato "tradurre" le immagini di un sogno in qualche significato latente dotato di un senso preciso, si rischia in questo modo ridurne la complessità e sminuire le mille altre sue possibili funzioni (a ben vedere, vi è qui una importante somiglianza col modo con cui, da molti settori della psicoanalisi contemporanea, tende ad essere concepita oggi anche la terapia: viene argomentato che l'interpretazione, la comprensione, la trasformazione in parole della complessità del comportamento può essere una eccessiva riduzione, se non una distorsione, dei mille processi "impliciti" che avvengono nell'individuo di cui ne verrebbero ridotte le piene possibilità espressive).[…] (Migone, ivi, p. 253)

 

E’ nello scenario illustrato in precedenza che ha preso corpo l’indirizzo scientifico culturale della Scuola IRPPI, all’interno del quale si riconoscono tutti gli spunti suggeriti dal dibattito sul sogno, sia in ambito psicologico sia in ambito neurobiologico. Il metodo PPI (Psicoterapia Psicodinamica Integrata) per l’interpretazione dei sogni è stato ben illustrato in un precedente articolo uscito su questa rivista (Lago, 2011), e ad esso ovviamente si rimanda per maggiori dettagli.

Può essere, tuttavia, interessante il confronto del nostro metodo con quanto detto in precedenza, allo scopo di individuare alcuni cardini che hanno mantenuto la loro importanza, nonostante i cambiamenti contestuali della ricerca sul sogno e la modifica delle premesse scientifiche in cui lo si osserva.

 

[…]Rifiutando la teoria delle pulsioni, per il metodo PPI non è quindi applicabile il sogno come appagamento di un desiderio. Rimane il Pensiero Inconscio, non più come espressione delle pulsioni, ma come prodotto della mentalizzazione quale sintesi delle immagini mentali derivate dalle esperienze emotivo-affettive e intersoggettive. Sogno è quindi pensiero espresso secondo modalità non verbali (non è logos ma è idea).
Nei sogni c’è la drammatizzazione delle dinamiche vissute dal sognatore. Gli elementi protomentali sono contenuti nel contesto narrativo delle immagini oniriche. Quando il Protomentale è slegato o più o meno congruo con la struttura narrativa del sogno si può cogliere il disturbo della mentalizzazione e ipotizzare un ambito diagnostico. La qualità del piano narrativo, dell’espressione estetica, della componente affettiva (i tre elementi del sogno) deve essere valutata complessivamente e inquadrata nella struttura della personalità del soggetto.
Le eventuali associazioni hanno lo scopo di confermare le intuizioni che provengono dai tre elementi del sogno. Il latente del sogno sono le idee del soggetto e non le sue “pulsioni”. Se per pulsioni volessimo indicare le emozioni, esse si troverebbero già nel contesto onirico, senza inutili e dispersive ricerche associative frammentarie.[…] (Lago, 2011, p. 60)

 

Dal punto di vista neuroscientifico, siamo soddisfatti della progressiva conferma che le teorie top-down stanno ottenendo.

Ciò mette d’accordo il tradizionale punto di vista psicodinamico con quello neurocognitivo, facilitando, come abbiamo visto la convergenza sul sogno dell’attenzione della psicoterapia cognitiva costruttivista.

 

[…]Secondo le teorie psicologiche, i sogni si originerebbero da motivazioni psichiche in grado di mettere in moto la catena onirica. In modo analogo, per le teorie neurocognitive, i sogni si originerebbero solo successivamente in fenomeni di illusione percettiva; più che dalla percezione, quindi, l’attività dipenderebbe dall’immaginazione e dalla cognizione.[…] (Bara, cit. p. 164)

 

Se anche i cognitivisti accettano che l’attività onirica nasce dall’immaginazione, forma assimilabile alla cognizione, anche se espressa in forma narrativa, abbiamo raggiunto un buon punto di integrazione e il materiale onirico può diventare condivisibile.

Ovviamente tanti ringraziamenti a Freud per aver considerato i sogni per il loro significato e a Jung per averlo duramente contestato, rivalutando la rappresentatività dei sogni della vita mentale più profonda dal soggetto.

Grazie pure a Bion (1962), per il concetto di funzione alfa, indispensabile connotato dell’attività cognitiva cerebrale che qualifica l’attività di pensiero umano.

Naturalmente il pensiero non nasce astratto, come ci insegna Bion, ma si va formando a partire dal Protomentale, ossia tutto il portato che oggi noi possiamo definire con una certa precisione inconscio psicobiologico, il quale evolve in termini strutturali mediante quelle che Damasio (1999) definisce strutture di II ordine, tra le quali spicca per la sua importanza l’ippocampo.

I punti di contatto tra sogno e Protomentale sono notevoli, vista la ricca componente affettiva della scena onirica, per cui lo studio delle emozioni che appartengono soprattutto ai sogni prodotti in fase REM, diventa un dato troppo rilevante perché anche i più riduttivisti tra i neuroscienziati lo trascurino come insignificante.

Lo stesso Hobson è disposto a fare una relativa marcia indietro sulle sue precedenti posizioni che negavano qualsiasi organizzazione cognitiva nella genesi del sogno, da lui considerato come “rumore di fondo” senza alcun significato.

 

[…]Partendo anche lui dall’osservazione che la coscienza si disattiva durante il sonno, ipotizza che quando sogniamo si entri in uno stato di protocoscienza, intermedia fra sonno e veglia. La protocoscienza – attiva durante il sonno REM, ricco di sogni – servirebbe come base funzionale per lo sviluppo pieno della coscienza in fase di veglia. Si tratta di un ammorbidimento della sua posizione precedente: anche se i sogni continuano a non trovare un posto all’interno della sua ottica riduzionistica[…]Hobson afferma che la natura dell’esperienza onirica non può essere studiata scientificamente, sia perché non abbiamo i mezzi per «spiare nel film mentale del sognatore», sia perché tutto ciò su cui possiamo basarci è solo il resoconto verbale dei sogni. Tale narrazione è già, di per sé, un’interpretazione dell’esperienza onirica, in quanto il sognatore deve tradurre in parole (e quindi interpretare) le immagini e le sensazioni che ricorda. Nonostante ciò, visto che i sogni, come ogni altra esperienza soggettiva, vengono organizzati dalle nostre facoltà linguistiche in uno scenario narrativo, Hobson concede che possano essere considerati e studiati come una particolare forma di esperienza mentale.[…] (Bara, ivi, p. 169-170)

 

Nel sogno, quindi, avviene una bella sintesi tra aspetti emotivi, cioè attività prevalente dell’emisfero cerebrale destro, e aspetti cognitivi non verbali, ossia idee, rappresentazioni, immagini che trovano in se stesse modo di organizzarsi, secondo una tendenza narrativa.

Che il piano narrativo del sogno esprima questa capacità cognitiva, che noi definiamo Pensiero Inconscio, è dimostrato anche dalla caratteristica dei sogni dei bambini in età prescolare. Prima dei 7 anni, infatti, non si riscontrano nei sogni dei bambini quelle intense articolazioni narrative che offrono i sogni a partire da questa fascia d’età.

 

[…]I sogni dei bambini in età prescolare sono spesso statici e piatti, come vedere un animale o pensare al cibo. Non ci sono personaggi in movimento, interazioni sociali, sensazioni sottili, e non includono il sognatore come personaggio attivo. Non vi sono memorie autobiografiche, episodiche, forse perché i bambini hanno difficoltà con le memorie episodiche coscienti in generale, come suggerito dal fenomeno dell’amnesia infantile. I bambini in età prescolare non riportano la paura nei sogni, e vi sono poche aggressioni, infortuni ed emozioni negative.[…]Così, benché i bambini dai 2 ai 5 anni possano vedere e parlare della gente, degli oggetti, dei fatti quotidiani, sembra che non possano sognarli. Dai 5 ai 7 anni, i resoconti onirici diventano più lunghi benché ancora rari. I sogni possono contenere sequenze di eventi nei quali i personaggi si muovono e interagiscono, ma la trama narrativa non è ben sviluppata. A circa 7 anni di età, i resoconti dei sogni diventano più lunghi e più frequenti, contengono pensieri e sentimenti, il sé del bambino diventa un partecipante alla scena del sogno, e i sogno cominciano ad acquisire una struttura narrativa e a riflettere memorie autobiografiche ed episodiche.[…] (Nir e Tononi, 2010, p. 91)

 

La trama narrativa esprime nella sua complessità la maturazione cognitiva dell’individuo, così come testimonia il suo punto di vista immaginativo, allo stesso modo dell’opera di uno sceneggiatore o regista cinematografico.


L’ingresso dell’immaginazione e della fantasia come fattore di sviluppo delle facoltà cognitive dell’individuo offre ai neuroscienziati un ponte che potrebbe aiutarli ad affrontare il mai risolto “binding problem”.

 

[…]la coscienza onirica è notevolmente simile alla coscienza della veglia, benché vi siano parecchie differenze nella volizione, nella coscienza di sé e riflessività, nell’affetto, nella memoria, e vi sia una considerevole variabilità tra i sogni individuali. La neurofisiologia del sonno REM, e in particolare le recenti intuizioni nei suoi modelli di attività regionali, offre un punto di partenza utile per collegare la fenomenologia del sogno alla sottostante attività cerebrale. Tuttavia, l'equazione iniziale del sonno REM col sogno è stata dimostrata essere imprecisa. Quindi, è ora che i ricercatori superino la fasi del sonno quando cercano di collegare la coscienza del sogno agli eventi neuronali, e mettano a fuoco sulle più sottili caratteristiche dell’attività cerebrale nello spazio e tempo. Il distacco dall’ambiente quando si sogna pone un paradosso centrale irrisolto, la soluzione del quale potrebbe essere determinante per la comprensione dei sogni. Convergenti evidenze di molteplici campi di studio, tra cui fenomenologia, sviluppo, neuropsicologia, imaging funzionale e neurofisiologia, sostengono l'idea che sognare potrebbe essere strettamente legato alla fantasia, dove l’attività cerebrale presumibilmente scorre in maniera 'top-down'. Inquadrare i sogni come una forma potente di fantasia può aiutare a spiegare molte delle loro caratteristiche uniche, come improvvisi passaggi, incertezza su persone e luoghi, il successivo scarso ricordo e il distacco ambientale, e offre previsioni verificabili per gli studi futuri.[...](Nir e Tononi, ivi, p. 97)

 

Lo psicoterapeuta del presente, quello che non si attarda troppo a sottolineare l’indirizzo di appartenenza e condivide una visione integrata, valorizzando il common ground di qualsiasi relazione terapeutica, può considerare il sogno una risorsa importante del lavoro clinico.

Può farlo senza necessariamente far riferimento al modello oracolare, del doppio binario o dell’oggetto archeologico.

Può accettare le intuizioni dei pionieri dell’interpretazione dei sogni ma nello stesso tempo rifiutare il loro carisma anacronistico, figlio del misticismo magico.

Lo psicoterapeuta del presente verifica che la fantasia non è allucinazione ma attività di pensiero ordinaria nel sogno e di pensiero creativo nella veglia.

 

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