IL FINE DELL’ANALISI E’ LA FINE DELL’ANALISI (scarica pdf)
di Giuseppe Lago
Commento molto volentieri il libro appena uscito di Paolo Mandolillo, La conclusione della psicoterapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 2025). L’argomento affrontato non è affatto facile, e lo si ricava dalle relativamente poche opere che trattano di questo tema.
La prima considerazione che mi viene da fare è che il libro è senz’altro un testo per addetti ai lavori, in particolare di indirizzo psicoanalitico. Ecco perché richiede un background di conoscenze e nozioni per essere apprezzato come merita. “Tradizione e innovazione nella psicoanalisi” recita il secondo paragrafo del capitolo I, quasi a voler chiarire subito qual è l’ambito in cui si muoverà un testo che necessariamente deve partire dagli albori della psicoanalisi, ossia del primo metodo di cura attraverso la relazione, se vuole esporre gli sviluppi che sono avvenuti dall’opera freudiana in poi. Freud, infatti, due anni prima di morire, fece in tempo, nel celebre saggio Analisi terminabile e interminabile (1937), a inquadrare le difficoltà che la conclusione comporta in campo psicodinamico. Potremmo dire che l’analisi è interminabile, non solo per via dei disturbi gravi di personalità eventualmente presenti nel paziente, ma per via del fatto che si tratti di “analisi” e non di “terapia”.
Come si fa a concludere un lavoro con il metodo psicoanalitico che, come dice Mandolillo, è anche un metodo di ricerca (p.17)? La ricerca come si sa non ha fine e ciò che si scopre è sempre molto al di sotto di ciò che rimane unknown, per dirla con le neuroscienze. Diciamo allora che la trascuratezza per il tema della conclusione non può che derivare dall’essere il lavoro psicoanalitico sospeso tra la dimensione della ricerca, di per sé infinita, e la dimensione terapeutica, caratterizzata da un inizio motivato da un disturbo della personalità in senso lato e da una fine che veda la cessazione o il ridimensionamento del disturbo stesso.
Dobbiamo quindi riconoscere che ciò che forse consente di lasciare sfumato il momento finale del lavoro psicoanalitico potrebbe essere un’eccessiva “purezza dell’oro analitico”, intesa come applicazione assoluta della teoria freudiana, a fronte di un lavoro più adatto di volta in volta al campo clinico dove si opera, e che lo stesso Freud preconizzava come applicazione del suo metodo originario (Freud, 1918) . Purtroppo, per Freud la psicoterapia è un intervento in gran parte suggestivo, ossia basato sul transfert positivo. Insomma, per Freud la psicoterapia, paragonata all’oro della psicoanalisi, somiglia a una lega come il bronzo. Qui mi viene da dire che forse è proprio la psicoterapia che ha in sé la necessità di una conclusione, laddove si tratta di terapia, ossia non di un palliativo ma qualcosa di risolutivo almeno rispetto all’inizio. Anzi, è proprio la psicoterapia che dovrebbe prevedere una diagnosi accurata all’inizio per consentire di programmare una conclusione che non riproponga il quadro clinico iniziale. Qualche cultore dell’ortodossia psicoanalitica potrebbe essere contrario, di certo però Paolo Mandolillo ci fornisce tutti gli elementi per giustificare un non allineamento all’impianto classico e ci spiega il perché l’indirizzo relazionale in psicoanalisi sia il più adatto per essere applicato in psicoterapia e sia al contempo il più confrontabile con altri indirizzi della psicoterapia. Aggiungerei, come ho scritto in due libri citati e apprezzati dall’autore (Lago, 2016, 2024), che l’approccio relazionale e intersoggettivo in psicoanalisi è anche il più integrabile con gli altri indirizzi, fino al punto di poter entrare a pieno titolo nell’impianto di una psicoterapia senza aggettivi, così come spiega Paolo Migone (2016) e come si legge nel sottotitolo del mio libro Compendio di Psicoterapia (2016).
Un altro argomento che è possibile evidenziare, come un filo conduttore lungo le pagine del libro di Mandolillo, è senz’altro la constatazione dell’attualità della teoria dell’attaccamento quale teoria scientificamente dimostrata dello sviluppo del bambino e delle sue relazioni affettive dalla nascita in poi. Ciò conferma l’utilità del libro per gli psicoterapeuti di tutti gli indirizzi e riconosce il definitivo tramonto delle speculazioni metapsicologiche freudiane, interessanti e geniali all’inizio, cristallizzate e schematizzate nel tempo dalla necessità scolastica o dall’opportunismo culturale. Il punto di vista monopersonale che scaturisce dai contenuti della metapsicologia freudiana non è purtroppo integrabile con la teoria dell’attaccamento, per cui, parlando di conclusione della relazione terapeutica potrebbe essere necessario superare il già troppo criticato cardine dello sviluppo infantile denominato narcisismo primario. Con la teoria dell’attaccamento si defila in modo più armonioso lo sbocco della psicoterapia verso una “crescita” che includa gli affetti e le rappresentazioni delle relazioni primarie. Se l’attaccamento costituisce il modello delle relazioni affettive in genere, anche la relazione terapeutica non può che evolvere sullo stesso percorso delle relazioni significative. Il modello possibile di una conclusione della psicoterapia avrà così a che fare con lo svezzamento e tutte le tappe successive verso un’emancipazione, che implica la fine di ogni dipendenza, da quella materiale a quella psicologica.
L’unica differenza del legame terapeutico con i legami primari (con i caregivers, la famiglia in genere) sta forse nella necessità di mantenere un confine interpersonale che le relazioni di sangue non richiedono. Qui, nella conclusione della psicoterapia, anziché la metafora parentale che all’inizio rappresenta la persona del terapeuta come una nuova figura di attaccamento, sarà più adatta la metafora del condottiero o leader politico che esercita il suo ruolo importante fino a quando ciò sia necessario, e poi concluda il suo incarico ritirandosi nel privato come nella leggenda storica fa il buon Cincinnato, tornando ad arare il suo campicello.
Mandolillo in effetti conclude il libro con la metafora tratta dal romanzo di Sepùlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. La metafora in questo caso è ancora più calzante di quella contenuta nella leggenda di Cincinnato, in quanto, a differenza di molti genitori, lo psicoterapeuta dovrebbe permettere al paziente di realizzarsi in modo diverso da lui, rinunciando a qualsiasi paternalismo, senza approfittare del carisma transferale e abdicando al ruolo di “padre nobile”.
Riferimenti
• Freud S. (1918), Vie della terapia psicoanalitica. OSF 9, Boringhieri, Torino, 1989, p.28.
• Freud S. Analisi terminabile e interminabile. OSF 11, Boringhieri, Torino, 1989, pp 508-510.
• Lago G. (2016), Compendio di Psicoterapia. Franco Angeli, Milano.
• Lago G. (2024), Psicopatologia e Psicoterapia. Alpes Italia, Roma.
• Migone P. (2016) Presentazione. In Compendio di Psicoterapia, Lago G. a cura di, p.11.
• Sepùlveda L. (1996) Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Salani Ed., Varese 1998.
