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06 Ott 2017
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PSICOLOGIA CONTEMPORANEA -  Luglio-Agosto 2009

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 convenzione psicologia contemporanea2

Anche se il concetto di mentalizzazione in psicoterapia si è affermato negli ultimi tempi, gli stessi autori che lo hanno proposto (Fonagy et al. 2002; Bateman e Fonagy 2004; Allen e Fonagy 2006) riconoscono che esso deriva da precedenti concezioni, già formulate per spiegare il funzionamento normale della mente (vedi box).


Mentalizzare vuol dire tenere a mente la mente propria e altrui, cioè concepire, sia in forma immaginativa, sia in forma riflessiva, gli stati mentali (per es., bisogni, desideri, sentimenti, credenze, obiettivi, propositi, ragioni) riferiti a se stessi e agli altri da sé. Mentalizzare è comunque un’attività che richiede l’integrità e la maturità del cervello, in particolare della corteccia prefrontale.

L’azione del mentalizzare si svolge, quindi, nell’interazione continua con i nostri simili; per cui la nostra attenzione si concentra sugli stati mentali che ci appartengono, in un confronto costante con gli stati mentali altrui.

Ecco come si spiega l’affermazione del neurobiologo Elkhonon Goldberg, il quale afferma che “la corteccia prefrontale è quanto più si avvicina a definire il substrato neurale della vita sociale”.


Nonostante il concetto di mentalizzazione derivi dalla ricerca empirica piuttosto che dall’intuizione clinica, possiamo dire che il campo della psicoterapia ne dimostra l’indubitabile utilità applicativa. Bisogna togliere, innanzitutto, il connotato intellettuale e razionale dalla parola mentalizzare. Infatti, benché nel processo sia interessata l’area cognitiva, qui si tratta di un pensiero che si viene formulando intorno alle emozioni e ai sentimenti propri e altrui, quindi una vera e propria conoscenza emotiva che nasce dall’integrazione di livelli emozionali e cognitivi al tempo stesso.

Naturalmente, possiamo distinguere un aspetto della mentalizzazione più esplicito (come quando riusciamo ad esprimere verbalmente gli stati d’animo nostri e dei nostri interlocutori) e un aspetto più implicito, ossia inconscio e non verbale, ma in ogni caso interattivo perché avviene in risposta alle sollecitazioni altrettanto implicite degli interlocutori stessi.

Mentalizzare implicito ed esplicito possono rappresentare le fasi di un processo di conoscenza che parte dal recepire emotivamente gli stati mentali altrui e può approdare alla loro definizione verbale.

Anche quando, però, si arrivi a sentire in modo chiaro ciò che si svolge in noi stessi o nella mente degli altri, ciò che si esprime parlando non è il contenuto razionale di ciò che abbiamo sentito ma il racconto, la narrazione articolata nella quale sono ancora presenti elementi emotivi non del tutto simbolizzati, e che danno alla narrazione qualcosa di pregnante e ricco di spessore, come accade ad es. in letteratura o nel cinema.

La complessità di ciò che viene colto ed espresso nell’interazione con gli altri o nell’introspezione personale si evidenzia anche nella complessità del sogno, ovvero della narrazione onirica che rappresenta già un primo fondamentale momento del mentalizzare implicito.

L’eco della concezione di Wilfred Bion, per il quale sognare è come pensare, ci spinge a delineare ancor meglio il concetto di mentalizzazione, distinguendolo da concetti affini ma incompleti.


Il primo di questi concetti è l’empatia, forma di conoscenza implicita degli stati emotivi dell’altro, all’interno di un processo di rispecchiamento, del quale ultimamente è stata scoperta la base neurale nei cosiddetti neuroni specchio (Rizzolatti et al., 2006), area cerebrale che non si attiva solo quando osserviamo le azioni degli altri ma anche quando giungono a noi le loro sensazioni ed emozioni (Gallese, 2003).

L’empatia vera e propria è quella che supera il cosiddetto contagio emotivo, ossia è quella che parte dalla differenza tra sé e l’altro, cosa che fa emergere il gradiente di diversità il quale è all’origine della conoscenza empatica (Stein, 1916).

Potremmo quindi dire che mentalizzare è una forma di empatia che si esercita al contempo su di sé e sull’altro da sé.


Un altro concetto affine e sovrapponibile alla mentalizzazione risulta l’intelligenza emotiva (Goleman, 1995), ossia la capacità di usare le emozioni per pensare e orientarsi circa gli aspetti soggettivi e intersoggettivi della realtà.

Affine ma più corrispondente all’aspetto esplicito della mentalizzazione può essere la capacità di insight, considerata dalla psicoanalisi come un requisito ottimale per la fruizione del metodo analitico.

L’insight riguarda i contenuti specifici dell’interpretazione, laddove il mentalizzare appare come il processo generale che conduce eventualmente alla ricezione dei contenuti stessi.


Se qualcuno, semplificando, volesse accostare il mentalizzare al ragionare, dovremmo obiettare che i piani sono diversi e che la funzione cognitiva è presente nella mentalizzazione altrettanto che la funzione immaginativa.

Il processo di mentalizzazione appare, allora, come il risultato di un’integrazione, cioè la sintesi di attività mentali di natura diversa, ad es., come il funzionamento connesso dei due emisferi cerebrali. Realtà oggettiva e fantasia, così, si fondono insieme per dare luogo alla visione binoculare di cui parlava Bion.

Le immagini mentali frutto delle esperienze emotive e affettive vissute da noi stessi insieme agli altri si rappresentano nella mente, non solo in modo implicito nei sogni, ma anche nella veglia sotto forma di pensieri ricchi di pathos e fantasia ma saldamente ancorati alla realtà.


Date queste premesse, possiamo capire quanto sia auspicabile l’applicazione del concetto di mentalizzazione in psicoterapia. Il primo passaggio terapeutico comprende la realizzazione di quella che viene definita affettività mentalizzata (Fonagy, cit. 2002).

C’è una frase di Mary Target, anche lei nel gruppo londinese di psicoanalisti che fa capo a Peter Fonagy, la quale esprime bene questo concetto: “pensare i sentimenti e sentire i pensieri”.

La ricerca è di aiutare i pazienti a regolare le emozioni positive e negative, le prime in grado di rinforzare e promuovere i legami di attaccamento e le relazioni sociali in genere, le seconde capaci di richiamare in noi istinti di sopravvivenza che generano risposte a corto circuito (attacco-fuga) e indurre cecità mentale, ossia l’opposto del mentalizzare.

Pensare le emozioni, soprattutto quelle negative, apre la strada verso la conoscenza di sé e del mondo reale, e facilita il rapporto con i nostri simili.


Una terapia basata sulla mentalizzazione non può che far riferimento a una teoria dello sviluppo della personalità, nella quale il mentalizzare dovrebbe avvenire secondo parametri fisiologici che affondano le proprie radici nella costruzione di legami di attaccamento, tali da favorire l’evoluzione della mente.

La psicopatologia che ne scaturisce ha sempre a che fare con un blocco parziale o totale del processo di mentalizzazione, così come la psicoterapia diventa il metodo necessario a restituire la capacità del mentalizzare.

Nel recupero di questa importante capacità, non è escluso che il paziente venga aiutato a riconoscere desideri e paure che agiscono in modo inconscio nella sua personalità e a sottrarle a processi di rimozione, così come vuole la metodologia psicoanalitica.

Il risultato potrebbe essere il potenziamento dell’intervento psicodinamico, nel senso di una integrazione che rispetti le conoscenze psicobiologiche e di psicologia dello sviluppo attuali (Lago, 2006).

Anche il paziente, invece di essere costantemente oggetto di interpretazione (e così più vulnerabile a un’adesione al carisma del terapeuta ‹Lago, 2009›), potrebbe diventare a sua volta interprete, imparando a mentalizzare con la supervisione esperta e temporanea dello psicoterapeuta.

 

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BIBLIOGRAFIA

Allen J.G., Fonagy P. (2006) La mentalizzazione. Il Mulino, 2008

Bateman A., Fonagy P. (2004) Il trattamento basato sulla mentalizzazione. Cortina, Milano 2006

Bion W.R. (1962) Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma 1988

Fonagy P. (1991) sta in Fonagy P., Target M. (2001) Attaccamento e funzione riflessiva. Cortina, Milano.

Fonagy  P. (2001) Psicoanalisi e teoria dell’attaccamento. Cortina, Milano 2002

Fonagy P., Gergely G., Jurist E.L., Target M. (2002) Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del sé. Cortina, Milano 2005

Gallese V. (2003) The roots of empathy: the shared manifold hypothesis and the neural basis of intersubjectivity. Psychopathology; 36: 171-180

Goldberg E. (2001) L’anima del cervello. Lobi frontali, mente e civiltà. Utet, Torino 2004

Goleman D. (1995) L’intelligenza emotiva. Rizzoli, Milano 1996

Lago G. (2006).La Psicoterapia Psicodinamica Integrata: le basi e il metodo. Alpes Italia, Roma

Lago G. (2009) Il carisma in psicoterapia. Psicologia Contemporanea, 211, 33-36

Luquet P. (1981) Le changement dans la mentalisation. Revue Française de Psychoanalyse, 45, 1023-1028

Marty P. (1991) Mentalisation et Psychosomatique. Laboratoire Delagrange, Paris

Rizzolatti G., Sinigaglia C. (2006) So quel che fai. Cortina, Milano

Stein E. (1916) L’empatia. FrancoAngeli, Milano 2002

 

 

 

 

 

 

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